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DANZA RINASCIMENTALE | ![]() |
Durante il Rinascimento nelle corti italiane si sviluppò una forma ricercata di ballo che prevedeva norme da seguire e un certo studio di passi e movimenti. La danza infatti era ritenuta una vera e propria forma di educazione. La danza dei nobili era di diretta derivazione da quella del popolo, ma veniva trasformata secondo le regole del perfetto cortigiano: la compostezza, l’atteggiamento nobile, le convezioni sociali della cavalleria e della galanteria.
Nel Quattrocento la figura del maestro di ballo era molto richiesta per istruire i signori e i cortigiani; tra questi, Domenico da Piacenza (detto "Domenichino") e il suo discepolo Guglielmo Ebreo da Pesaro saranno i primi autori di veri e propri trattati di quella che già veniva chiamata l'"Arte del Ballo".
Essi considerano il ballo come espressione dell’armonia interiore umana, creata dal ritmo della musica; i movimenti di mani e piedi devono quindi essere in piena sintonia con il rispettivo accompagnamento sonoro, producendo un’estetica corporea flessibile e raffinata.
Domenichino scrisse il manuale "De arte saltandi et choreas ducendi" e Guglielmo, autore del "De pratica seu arte tripudii vulgare opusculum", acquistò una rinomanza tale da essere chiamato alla corte di Urbino da Federico da Montefeltro. A loro contemporaneo è Antonio Cornazano, che scrisse il Libro dell'arte del danzare.
Seguiti da un'insegnante appassionata ed esperta, le nostre Dame e i Messeri si allenano ogni settimana per imparare i passi e le coreografie del XV secolo. Le loro danze ingentiliscono le esibizioni degli Sbandieratori, creando intervalli di grazia e raffinatezza che esprimono lo splendore e la bellezza della corte di Lorenzo il Magnifico, circolo in cui l'arte della danza veniva tenuta in massima considerazione.











